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ALLENARSI BENE PER FISCHIARE MEGLIO - A COLLOQUIO CON MARTOLINI ARBITRO INTERNAZIONALE
Uno dei connotati più caratteristici e più moderni della pallacanestro è certamente la tendenza a porre sollecitamente rimedio, mutando ed adattando alcune regole, a quelle variazioni di situazioni e di tattiche di gioco che di volta in volta minacciano di sminuire il lato spettacolare o il lato tecnico del gioco.
Questa particolarità ha permesso al basket di escludere dai parquets quelle situazioni di non gioco, peraltro non punibile perché escogitate nell'ambito dei regolamenti, che sono invece la paga di altri sports (con il calcio e la pallanuoto in prima fila), ma anche l'effetto di porre a scadenze regolari tutti gli attori dello spettacolo cestistico di fronte al problema di modificare certi comportamenti istintivi, nel corso del gioco, per adeguarli alle nuove regole.
Capita, in questi casi, di preoccuparsi particolarmente della rapidità di adattamento dei giocatori alla nuova situazione, mentre è più raro che ci si immedesimi anche nello stesso problema per quanto riguarda gli arbitri. Eppure per questi ultimi è ancora più importante acquistare rapidamente un'automatica aderenza alle nuove norme: un eventuale errore di distrazione da parte di un giocatore ha un peso relativo, a patto che non si verifichi in un momento cruciale del gioco, e può essere presto dimenticato: quello di un arbitro, invece, colpisce certamente molto di più e costituisce un infortunio sul lavoro molto più clamoroso.
Quando qualcosa nel regolamento cambia quale differenza trovano gli arbitri ad automatizzare la loro direzione di gara secondo le nuove norme? E' una delle domande su certi aspetti della vita e dell'attività arbitrale che abbiamo voluto porre a Maurizio Martolini, uno dei nostri arbitri internazionali più giovani e più quotati.
-                                                Come prima cosa, una rapida fotografia della tua carriera.
-                                                "Sono nato a Roma, 32 anni fa, ho sostenuto l'esame di allievo arbitro nell'aprile del '63, e dirigo quindi partite da dodici anni, due dei quali passati nei campionati regionali, uno in C e tre in B. Ho esordito in A nel novembre del '69 con Brill Cagliari-Snaidero Udine, in coppia con Zambelli: ho quindi impiegato sei anni per giungere alla serie A. Ho sostenuto l'esame per divenire internazionale nella Germania Est nel '73, e la mia prima partita internazionale è stata quella che ha inaugurato i XV Giochi dei Balcani ad Istanbul"
-                                                Le variazioni di regole che si verificano a volte nel basket, vi creano problemi di adeguamento superiori a quelli dei giocatori?
-                                                "No; non è difficile adeguarci: ci si adatta facilmente a qualsiasi modifica del regolamento. Ci possono essere, è vero, regole più difficili, che mettono in difficoltà le primissime volte in cui vengono applicate: ma questo accade solo all'inizio. Poi, non c'è nessun problema. E' successo così per il cambio sull'interferenza, così per il passaggio indietro, così per la regola dei dieci secondi. Dopo un po' di tempo, che so, un mesetto, quattro o cinque partite arbitrate, le nuove norme diventano cose naturalissime".
-                                                Fra voi arbitri, ci sono contatti e scambi di pareri per quanto riguarda l'applicazione di regole dubbie? La regola sulla stoppata, ad esempio, non è considerato forse sotto visuali un po' troppo diverse? Ne abbiamo ora un esempio vivente a Roma con Johnson , che ne esegue cinque o sei a gara, e, in situazioni simili, a volte si vede penalizzato di due punti, a volte no. Su difformità di vedute simili sarebbe importante che voi vi scambiaste le vostre impressioni.
-                                                Questo in genere lo facciamo, ma principalmente in incontri casuali. Se prima dell'inizio del campionato c'è uno stage e ci riuniamo tutti, oltre ad ascoltare argomenti prescelti dal presidente degli arbitri e il C.U. della nazionale, ne parliamo anche fra noi. Se no, se ne parla sui treni, sugli aerei. Noi siamo convinti che questi scambi di idee siano utili: dopo lo stage la regola è uniforme in tutte le teste, ma poi, sul campo, un po' di soggettività nelle interpretazioni è inevitabile, soprattutto se si pensa alla varietà di sfumature con le quali certe situazioni possono presentarsi. Figurati che capita talvolta di avere opinioni diverse su certi episodi anche se si è in tre o quattro arbitri ad assistere ad una partita! L'adeguamento, comunque, è rapido, e ti aiuta molto anche l'affiatamento col compagno di coppia, basato su segni convenzionali e su altri tipi di intese".
-                                                Questo affiatamento è difficile da raggiungere? Due arbitri, per essere davvero affiatati, devo dirigere a lungo insieme?
-                                                "Innanzi tutto occorre essere molto amici fuori del campo, e avere stima reciproca sia come persone che come direttori di gara. Poi, arbitrando insieme, è logico che si raggiunga un certo affiatamento che consente di far fronte anche a situazioni difficili o svantaggiose".
-                                                Penso che per voi sia molto importante, oltre a capirsi al volo col collega, avere una buona intesa con gli altri ufficiali di gara. Come giudichi il tavolo? Ti pare completo, sufficiente?
-                                                "Decisamente si: tre ufficiali di gara sono più che sufficienti. Se fossero di più si ingenererebbero confusioni. Vorrei sottolineare anche che per stare al tavolo servono doti particolari, soprattutto di concentrazione e di precisione: infatti le donne sono molto capaci in questo compito, ordinate, puntuali. Sono brave in percentuali molto maggiori degli uomini. E ce ne sono molte ormai che fanno gli ufficiali di campo in tutte le regioni, anche se nemmeno la loro gentile presenza riesce a rendere meno vivaci, in certi frangenti, certe proteste o certi sfoghi... Poi, ora c'è anche il commissario, che può svolgere un ruolo veramente utile, e già da ora ci solleva da certe incombenze non graditissime, come i prelievi coattivi, o noiose, come il controllo dei cartellini o il ritiro delle tasse gara".
-                                                Questo vi consentirà forse di concentrarvi di più, nel periodo precedente la gara.
-                                                "Non è propriamente questo l'effetto principale della presenza del commissario, dato che per regolamento dobbiamo stare sul campo un'ora prima dell'orario fissato per l'inizio della gara, e quindi anche in precedenza, espletate le formalità in un quarto d'ora o giù di lì, il tempo per concentrarci lo avevamo. Il commissario è soprattutto di grande aiuto, se è in gamba, per risolvere le contestazioni al tavolo: un grosso peso in meno per noi".
-                                                La nuova formula del campionato che riflessi ha avuto sul vostro tipo di attività?
-                                                "Penso che la formula sia molto interessante. E devo dire che non ho trovato assolutamente che nella prima fase l'impegno fosse minore. Non so se mi siano capitate solo partite particolari, ma comunque l'atmosfera e l'agonismo mi sono sembrati sempre i soliti. E a mio parere è anche logico che fosse così".
-                                                Dopo essere arrivato stabilmente in A, ti è certamente capitato di essere saltuariamente inviato a dirigere una gara particolarmente delicata di un campionato minore. Che effetto ti ha fatto tornare magari su un campo scoperto, senza l'assistenza e l'organizzazione della serie A? L'ambiente particolare in quel caso rende più difficile il vostro compito?
-                                                Capitare di nuovo in un campo di una serie inferiore significa certamente essere proiettati indietro di parecchi anni con il ricordo, ma da anche una certa soddisfazione umana, perché ci si sente fatti oggetto di una considerazione e di un rispetto particolari. Quanto alle difficoltà nell'arbitrare, non ce ne sono. Notiamo invece la differenza di accoglienza e di organizzazione nei particolari marginali; che so, può capitare che non ci sia la doccia calda, i che non sia possibile, per tornare celermente alla stazione, disporre di quella macchina che invece in genere le società di seri A mettono gentilmente a nostra disposizione. Ma è logico che il diverso livello economico produca questi effetti ed impedisca alle società minori, più artigianali, di avere, ad esempio, la persona addetta agli arbitri. Sono comunque inconvenienti che si sopportano benissimo, e ripeto che si torna volentieri su quei campi minori (non troppo spesso, magari, se no significa implicitamente non dirigere più in serie A…), perché si tratto di un vero e proprio ritorno ai primordi".
-                                                E quale atteggiamento assumono i giocatori delle squadre minori che si triovano improvvisamente ad essere diretti da un arbitro di serie A?
-                                                Sono sempre piuttosto cordiali, anzi particolarmente rispettosi, nel senso che tentano, per quanto più è possibile, di evitare le proteste e gli atteggiamenti irriguardosi. Almeno fino a che ce la fanno…".
-                                                Arbitrare è difficile, tutti lo sanno. Voi vi allenate? E come?
-                                                "Lo facciamo anche se per allenarci dobbiamo elemosinare di volta in volta ospitalità dall'una o dall'altra società: questa è, almeno, la situazione di Roma. Debbo dire che tutte le società ci accolgono ogni volta che lo chiediamo, ma è proprio il non saper mai dove poter andare che rende la cosa più ardua e meno simpatica. Non c'è niente di fisso, niente di stabilito. L'ideale, invece, sarebbe avere qualche ora per noi in qualche palestra, per vederci tutti insieme e compiere gli allenamenti in comune. Finiremmo certamente per fare un po' di atletica e delle partitelle, ma sarebbe in fondo tutto ciò che ci serve. Infatti non è poi tanto importante per noi esercitarci tecnicamente a fischiare: per quello è sufficiente la gara domenicale. Quella che serve di più ,e che spesso è difficile conservare, è la forma fisica. Il fiato. Invece, queste due o tre ore settimanali fisse per noi in palestra non ci sono, e a Roma è anche logico, con la difficoltà che c'è di trovare i campi anche per le società".
-                                                Sicché, secondo te, esercitarsi anche a dirigere un allenamento o una partita amichevole infrasettimanale, non è così importante?
-                                                Si, per noi è più una questione fisica che una questione visiva. Per chi arbitra frequentemente sono ci sono problemi simili: se un arbitro scade, puoi star certo che il suo scadimento è legato alla stanchezza, alla deficiente forma fisica, che porta a sbagliare posizione, rende i riflessi più lenti, ecc.. Naturalmente ci succede anche di dirigere gli allenamenti delle società che ospitano, e lo si fa sempre volentieri, anche quando (ed è quasi sempre così) le convocazioni per queste amichevoli arrivano all'ultimo momento tramite il comitato regionale, cui si rivolgono le società. Comunque, mia opinione è che l'allenamento serva e molto: penso che dovrebbe anzi essere obbligatorio, per legarci un po' più anche psicologicamente alla costante necessità di tenerci in forma fisica; un particolare che, lo ripeto, è di enorme importanza per essere sempre all'altezza di dirigere una gara al meglio delle proprie capacità tecniche.
 
 
 
BASKET - MARZO 1975 - di Marcello TICCA