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IL " GIORNO PIU' LUNGO"
Cosa significhi per un arbitro dirigere all'estero è difficile dirlo. Può dirsi la sublimazione della nostra "scienza", se così possiamo definire la nostra passione "fischiatoria". Infatti l'arbitro che nasce, cresce, acquista esperienza e si impone nel proprio paese dopo una lunga trafila, raggiunge un primo grande appagamento dei propri sensi arbitrali allorquando diviene internazionale, su segnalazione della propria Federazione alla FIBA e dopo aver sostenuto un esame teorico-pratico in uno degli appositi stages organizzato dalla FIBA stessa. E' in occasione di questo stage che si ha il "primo viaggio" dell'arbitro al di fuori del proprio paese e dei confini del basket nazionale. E' il primo "atterraggio" dell'arbitro in un mondo che può presentare elementi tecnici diversi anche se impastati e plasmati con le stesse sostanze comuni a tutto il basket mondiale. E' la prima designazione internazionale ambita da tutti e cullata più o meno silenziosamente nella nostra mente per mesi, se non per anni nell'ombra di speranze e calcoli reconditi. Bene.
L'esame è fatto! Ora però l'arbitro attende la prima partita vera, la prima designazione autentica per un incontro qualunque, in un paese qualsiasi. Non importa in questi casi l'importanza del match, importa solo solo essere designato e sentirsi, magari, come uno dei dodici apostoli in giro per il mondo a spezzare il pane del bene e del giusto.
Arriva, infine, il "giorno più lungo". C'è chi ha atteso un anno, i più fortunati solo qualche mese. Cordialissima la società ospitante ti riceve all'aeroporto, ti colloca in un albergo più o meno lussuoso, ti indica dove potrai mangiare. E conosci così il tuo primo partner straniero, colui che in campo dovrà dividere con te gioie e dolori. Cordiale, sorridente, amicone. Ecco tre qualità comuni generalmente a tutti gli arbitri internazionali. Qualche problema a volte sorge per comprendersi. Può accadere infatti che il tuo "collega" parli solo in inglese e tu solo francese o viceversa. Allora giù una conversazione poliglotta con un cocktail di mezze frasi grammaticamente orribili ma di indubbia efficacia. Infatti ci si capisce e dove non arrivano le conoscenze linguistiche intervengono i movimenti delle mani, gli ammiccamenti con gli occhi; insomma "l'arte del mimo", nella quale, noi italiani, è certo, siamo maestri. Infine la partita.
Generalmente problemi non ve ne sono. Ognuno degli arbitri fa la sua gara. In campo, però, scopri che noi italiani "fischiamo di più", che concediamo un po' mano al gioco forte, chiamiamolo pure così, anche se preferirei dire al gioco scorretto. A quel gioco, tanto per capirci meglio, che non si basa su una difesa impostata nel corretto marcamento di un avversario, ma su un marcamento approssimativo, dove un difensore può intervenire, anche se battuto dall'attaccante, con azioni laterali o da dietro.
Dopo la partita quasi sempre il rituale banchetto, dove sono inviati tutti coloro (atleti, tecnici, dirigenti) che hanno preso parte in un modo o nell'altro all'incontro. Poi, col primo aereo utile, di nuovo a casa, il tempo sufficiente per cambiare i bagagli e di nuovo in viaggio. Ci aspetta questa volta il Campionato italiano in attesa di una prossima chiamata FIBA. Quando? Chi lo sa?
La strapotenza dei club italiani in campo internazionale spesso condiziona il numero delle nostre designazioni all'estero e, se la cosa sotto un profilo nazionalistico ci fa piacere e ci esalta anche da un punto di vista arbitrale (dove c'è buon basket non possono esserci che buoni arbitri) dall'altra ci relega irrimediabilmente a lunghi periodi di "astinenza internazionale".
Cosa ci colpisce di più, quale sensazione ci rimane più impressa quando siamo chiamati ad espletare il nostro mandato all'estero? Credo che a questo proposito i sedici arbitri internazionali d'Italia, attualmente in attività, dovrebbero singolarmente esprimere il loro pensiero e le loro impressioni perchè ognuno avrà certamente esperienze e idee personalissime in questo campo. Per quello che mi riguarda vi dirò che, a parte la calorosa, squisita e molte volte interessata ospitalità dell'organizzazione locale, a parte la gioia che mi procura la mia "voglia" di visitare e scoprire nuovi paesi, città e continenti, nuovi popoli e modi di vita, a parte l'ansia (mai repressa) e l'interesse di poter dirigere incontri al più alto livello tecnico possibile, in questi miei trasferimenti all'estero c'è un qualcosa che mi esalta e commuove puntualmente. E' il momento in cui vengono suonati, oltre agli inni nazionali delle squadre, anche quelli degli arbitri e viene innalazata la bandiera tricolore in onore dell'arbitro italiano.
Che volete fare? Mi viene la pelle d'oca quando l'inno di Mameli è suonato per altre manifestazioni, perdonatemi se provo un'analoga sensazione mista ad orgoglio se questo avviene a causa della mia presenza in terra straniera. Perchè malgrado tutto, scandali, scandalini, scandaloni e .....impicci vari sono e mi sento inguaribilmente italiano!

PLAYBASKET - APRILE 1977